Ottobre 2026
Sacro e profano 1983 – 2019, a cura di Valerio Dehò fino al 14 novembre presso Galleria Michela Rizzo di Venezia, presenta una selezione da varie serie fotografiche sviluppate dall’artista nel corso degli ultimi sette lustri. Celebre per lo scandalo innescato dal suo lavoro “Piss Christ” del 1987 Serrano ha continuato a produrre serie fotografiche controverse su temi di attualità che indagano l’appartenenza religiosa o ideologica, i costrutti politici, la sessualità e la presenza del corpo. Abbiamo discusso con lui del suo lavoro e dei principali temi presentati nella sua mostra a Venezia.
Nelle tue opere affronti temi con cui tutti, prima o poi, ci confrontiamo: la vita e la morte, il sesso, la religione, il colore della pelle. Hai raccontato di cercare, nel rapporto con i tuoi soggetti, una sorta di sguardo vergine, come se li incontrassi per la prima volta. C’è un soggetto o una serie che, più di altri, ha cambiato il tuo modo di guardare?
Non posso dire che un singolo caso abbia cambiato il mio modo di vedere, ma complessivamente il mio lavoro mi ha permesso di osservare da vicino vari soggetti. La rivelazione è stata che, trasformandoli da idee e temi nella mia mente in immagini, mi hanno sorpreso per quanto fossero belle. Prendiamo la serie “The Morgue” (L’obitorio), o quella sul Ku Klux Klan, se ci si pensa in modo astratto, ognuno vedrà un’immagine diversa nella propria mente. Le mie opere sono un tentativo di ridurli alla loro essenza, in modo che tutti possiamo vedere la stessa immagine. Ciò non significa che vedremo tutti la stessa cosa: è proprio questo il potere dell’arte, il fatto che il suo soggetto possa essere interpretato in qualsiasi modo si scelga. È un po’ come un’esperienza che può avere un elemento in comune, ma che viene percepita in modo diverso da ciascuno. Non tutto otterrà un consenso unanime; il massimo che si possa sperare è di trovare un pubblico a cui l’opera parla veramente. A tal fine, l’artista che è in me vuole sedurre e assecondare il mio pubblico, offrendogli ciò che desidera con alcuni colpi di scena inaspettati.
Nelle tue fotografie sembra esserci una particolare ambiguità dello sguardo: non suggerisci necessariamente come guardare ciò che mostri, lasciando lo spettatore in una posizione talvolta scomoda, un po’ voyeur e un po’ testimone. Penso, per esempio, alla serie sul Ku Klux Klan e al commento di un tuo amico, che nel 1993 osservò: «Che sguardi nobili, sembrano quasi delle campagne di reclutamento per il Klan». Che ruolo ha per te la bellezza quando fotografi soggetti o situazioni così difficili? E cosa accade, nel passaggio dalla persona al personaggio, quando entra in gioco la fotografia?
Credo che a volte al pubblico piaccia trovarsi in quella situazione di disagio. Sono io a offrirgliela. Sono l’artista, ma sono anche il pubblico, e quando vi mostro qualcosa, è perché volevo vederla io per primo. Credo che sia per questo che gli artisti creano: per concedersi il piacere di vedere qualcosa che desiderano vedere con i propri occhi. È innegabilmente un atto di narcisismo. Perché mai dovrei voler creare qualcosa se non volessi godermela in prima persona? Ognuno trova piacere e bellezza nel proprio lavoro. Sono all’antica, mi piacciono le cose che sono belle da vedere: questa è la mia definizione di bellezza. Se a me sembra bella, è tutta la bellezza di cui ho bisogno. Faccio fatica ad apprezzare l’arte che non possiede una certa bellezza estetica. Non riesco ad apprezzare le cose che mi vengono dette se queste non mi seducono. Ecco perché non giudico i miei soggetti e non li faccio apparire in cattiva luce. Al contrario, li elevo a un livello estetico superiore perché è lì che trovo la mia arte e il mio scopo. Più di una volta qualcuno che avevo fotografato è andato a una mia mostra e, vedendo la propria foto, ha esclamato: «Wow, non pensavo che sarebbe stata così grande e bella».
Sei stato cresciuto in una famiglia cattolica, e affermi di essere credente ma non praticante, hai anche incontrato papa Francesco alcuni anni fa. Che rapporto hai oggi con la fede? E in che modo il dato biografico secondo te influenza il tuo lavoro?
Sono un cristiano praticante, anche se una simile affermazione si presta a una vasta gamma di interpretazioni. Senza voler essere troppo categorico, credo in Cristo e questo è tutto. Credo che alle porte del Paradiso, l’angelo di guardia chieda a tutti coloro che si presentano: “Sei cristiano o no?”. E se rispondi di sì, questo basta per farti entrare. La gente complica le cose quando in realtà sono molto più semplici di quanto sembrino. Il mio background cattolico ha sicuramente influenzato il mio lavoro. Cristo e il cristianesimo sono stati un tema ricorrente nelle mie opere. Non è l’unico, ma è sempre presente sullo sfondo.
Germano Celant ha scritto che il tuo lavoro “aspira come l’ombra a porsi accanto”, evocando una presenza occulta, qualcosa che ancora non è stato disvelato. Nelle tue opere sembrano convivere continuamente degli opposti: ombra e luce, vita e morte, sacro e profano, esposto e nascosto. Anche ciò che è socialmente repellente viene spesso restituito attraverso una forte dimensione estetica. Ti interessa esplorare proprio questa zona di confine, tra ciò che vediamo e ciò che rimane invisibile, tra ciò che viene mostrato e ciò che tendiamo a rimuovere, tra l’abietto e il sublimato?
Germano Celant era un grande pensatore, comprendeva l’oscurità che si cela dietro la luce e dietro la creatività. Come il giorno e la notte, la vita ha le sue forze complementari, il suo yin e yang, l’alto e il basso. Per Jung, l’Ombra svolge un ruolo importante nelle nostre vite. È l’altra faccia, quella che non giudica e che si manifesta con maggiore intensità nel nostro sonno. Gli artisti sono spesso in combutta con la loro Ombra, che ne siano consapevoli o meno. A volte, prima di andare a dormire, dico alla mia Ombra: «Avrò bisogno di questo domattina», e quando mi sveglio, eccola lì sul tavolo. L’Ombra non giudica, ma mantiene le promesse. Non credo nella repressione di nulla, né nell’abiezione né nella sublimazione. È proprio questa la materia di cui è fatta l’arte.
Hai affermato di attendere con ansia il giorno in cui una tua fotografia riuscirà a turbare anche te. È ancora qualcosa che cerchi? E cosa dovrebbe avere un’immagine per riuscirci?
È una bella domanda. Sto ancora cercando la risposta. Ma penso che, una volta trovata, sarà una cosa incredibile.
Vedute installative, Sacro e profano 1983 – 2019, 2026, Galleria Michela Rizzo, Venezia, ph. credit Francesco Piva