Ottobre 2026
Artista, insegnante e ricercatrice, Dora García realizza performance, film e installazioni intrecciando letteratura, psicanalisi e movimenti politici.
Nei suoi lavori, García costruisce una cornice concettuale e metaforica in cui indaga i confini tra norma e devianza, il potenziale della marginalità, la finzione nell’arte e le logiche simboliche che guidano il nostro rapporto con la cultura. Sfumando i confini tra fiction e realtà, García coinvolge il pubblico a tal punto da creare, attivare o distruggere l’opera stessa. L’abbiamo incontrata in occasione della sua ultima performance presentata durante la scorsa edizione di ArtVerona, Cittadini! per parlare di partecipazione, comunità e come costruire un futuro diverso.
Cittadini! è la performance partecipativa presentata per “Secondo Tempo | Palazzo Forti” durante l’ultima edizione di ArtVerona. Esito della ricerca che hai condotto sul contesto storico e sociale di Verona, è stata realizzata in collaborazione con associazioni locali e con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti. L’opera riflette sulla cittadinanza intesa come quel contratto tra individuo e Stato che permette di essere politicamente attivi all’interno della società e di agire su di essa. Oggi, però, la cittadinanza sembra legata più a un’eredità legata al luogo di nascita che a una condivisione di valori e di spazi. Cosa significa essere cittadini per te?
Come viene sottolineato più volte nel corso dello performance, cittadinanza significa avere il diritto di godere dei propri diritti; cittadinanza significa appartenere a una comunità politica, avere voce in capitolo al suo interno e partecipare al dibattito politico. Sono indignata da concetti attualmente circolanti nel dibattito politico, come “remigrazione” o l’ancor più ridicola idea di “reconquista”. Essi si basano su un errore logico, ovvero sul presupposto che alcune persone siano superiori ad altre — sulla base della finzione della razza, sulla base della finzione di una maggiore appartenenza rispetto ad altri. In questi tempi, sembra pericolosamente rivoluzionario affermare ciò che la maggior parte delle costituzioni democratiche sancisce: che ogni essere umano ha dei diritti che devono essere rispettati. Questi sono i tempi terribili in cui viviamo, in cui il bigottismo e il razzismo dominano il dibattito politico.
In un’intervista con Joanna Zielińska hai affermato che il tuo lavoro afferisce alle arti visive e che le discipline non sono determinate dalla loro materialità, ma dai circuiti in cui vengono distribuite. Cittadini! è stata realizzata nel Famedio di Palazzo Forti, un portico nel cortile del museo che reca incisi sulle pareti i nomi dei caduti veronesi nelle guerre coloniali e nelle due guerre mondiali. Come influenza questa ambientazione sull’esito dell’opera? Sarebbe stata diversa se la performance si fosse svolta al di fuori di una cornice museale?
La performance avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi luogo pubblico, ma il Famedio, con l’elenco dei caduti di Verona — l’elenco di quei cittadini che hanno dato la loro vita per la patria — non si può amare un paese più di così (anche se credo sinceramente che sarebbe stato meglio se questi giovani fossero tornati sani e salvi dalle loro famiglie e non avessero dovuto morire per gli interessi di un’élite economica e politica) — questo Famedio conferisce all’opera una dimensione molto preziosa, un ulteriore livello di significato, chiarendo che l’eroismo non è solo l’eredità dei soldati caduti, ma anche quello delle comunità di migranti.
Le opere d’arte, soprattutto quelle contemporanee, raramente offrono risposte o soluzioni: più spesso sono operazioni che instillano il dubbio e stimolano la riflessione. Ho letto che dalle tue performance impari sempre qualcosa, perché quando ne inizi una sei spesso la meno esperta sul tema. Che cosa ti ha lasciato Cittadini!?
Cittadini! è stato uno lavoro che ha preso forma in pochi mesi, durante i quali ho avuto la fortuna di poter contare sul sostegno entusiastico degli artisti, della mia amica e collaboratrice Marlene Fantoni e del team curatoriale, che hanno reso possibile l’impossibile. Anche in questo breve lasso di tempo, ho potuto riconoscere e riflettere sulla situazione pericolosa in cui si trovano attualmente l’Italia e l’Europa — in un momento in cui la tendenza è verso l’isolamento, lontano dall’idea di un’Europa democratica e pluralistica, verso il razzismo e il fascismo, verso la paura dello straniero, verso l’esclusione e verso la negazione dei diritti e dell’asilo a chi fugge dall’oppressione e dalla guerra.
In un ribaltamento di prospettiva cronologica, hai affermato che è il futuro a determinare il presente: se abbiamo una certa idea di futuro, perché si realizzi dobbiamo agire in un certo modo nell’oggi. Nel tuo lavoro ti sei occupata soprattutto di temi “minori”: il marginale, l’oppresso, l’inadeguato, il represso, il sottovalutato — come a recuperare e percorrere strade collaterali, parallele, scartate. Questa attenzione verso ciò che resta ai margini nasce proprio dalla volontà di costruire un futuro diverso, a partire da ciò che il presente ha escluso?
Adoro questa idea, avanzata dagli psicoanalisti, secondo cui l’amore richiede la capacità di immaginare il futuro. Se non riusciamo a immaginare un futuro, non possiamo amare. È proprio questa proiezione nel futuro a rendere possibili l’ottimismo e la gioia; potremmo parafrasare ancora una volta Gramsci: “pessimismo dell’intelletto, ottimismo della volontà”. Ecco perché, in un momento come quello che ho descritto prima, è molto importante non rinunciare alla gioia, riuscire a continuare a immaginare un futuro in cui esista la democrazia, in cui tutti facciano parte della comunità, in cui tutti siano valorizzati, accettati e amati, indipendentemente dalla loro provenienza, da quanto siano emarginati, da quanto siano stati lasciati indietro, dal loro aspetto o, ovviamente, da chi amano. Questo – che ad alcuni può sembrare «radicale» o «ingenuo», o addirittura quella terribile parola, «woke» – non è né più né meno di ciò che dice il Vangelo. Quindi sì, dobbiamo immaginare un futuro che valga la pena di essere vissuto, perché solo così potremo vivere il presente. E questo futuro è per tutti noi: sopravviveremo solo se sopravviveremo tutti insieme.
Documentazione della performance, Cittadini!, 2026, Famedio Palazzo Forti, Verona. Ph. credit Ennevi Foto
Documentazione della performance, Corocuerpo, 2026, Museu Tàpies, Barcelona.