L’esposizione propone attraverso il linguaggio e la sensibilità dell’arte contemporanea, una riflessione critica sulle forme attuali del confine, esplorato dagli artisti come strumento di potere che stabilisce gerarchie, produce identità, ma anche come spazio vivo, in cui si manifestano simultaneamente forme di esclusione, resistenza e creatività.
Mattia Solari
Lines, Loops, Leaks propone un percorso espositivo e di ricerca volto a leggere l’attualità internazionale attraverso le pratiche artistiche contemporanee, indagando la tensione tra centro e margine e tra visibilità e invisibilità culturale, geografica e mediatica. Questo progetto affronta il tema dei confini, oggi più che mai centrale: simbolo di un ordine mondiale in violenta trasformazione, e, al tempo stesso, dispositivo sempre più pervasivo nella vita delle persone.
La selezione delle opere presenta prestiti da alcuni tra i principali artisti internazionali che lavorano con il tema del confine, e che con la loro arte parlano di globalizzazione, disuguaglianze, colonialismo, identità. I lavori, che spaziano dalla pittura all’installazione, dalla scultura al video, affrontano il tema dei confini con l’obiettivo di renderli visibili, intelligibili e, infine, superabili, disinnescando le modalità discriminatorie e coloniali che essi portano con sé.
Il percorso espositivo si articola attorno a tre direttrici principali, che benché si riassumano in tre filoni non si escludono mutualmente, ma creano un terreno di incroci e scambi completandosi e intersecandosi a vicenda. La mostra vuole offrire immaginari alternativi e invita a ripensare le relazioni tra le persone, configurandosi al contempo come una pratica di resistenza e come un inno alle eccezioni».
La prima direttrice mira a visualizzare i confini, mostrando come essi si materializzino tanto come dispositivi politici — fisici e simbolici — quanto come elementi che incidono concretamente sul paesaggio naturale. A questa sezione appartengono i lavori di Filippo Berta, Nicolas Brunetti, Shilpa Gupta e Ryts Monet. Qui le linee geopolitiche si traducono in muri e fili spinati che lasciano un segno sul territorio e sulle vite che attraversano, ma mostrano la debolezza piuttosto che la forza degli stati, rivelando una vulnerabilità, un’incertezza, un’instabilità.
Un secondo nucleo raccoglie opere che si soffermano sulle conseguenze generate dal confine inteso come spazio di frizione: dalle dinamiche sociopolitiche alle ricadute economiche e culturali che esso produce. L’idea moderna di confine e di un sistema di stati sovrani si scontra con le dinamiche del capitalismo globale, orientato invece al superamento delle barriere. In questa prospettiva si collocano i lavori di Reena Saini Kallat, Armin Linke, Małgorzata Mirga‐Tas, Antoni Muntadas, Paulo Nazareth, Liv Schulman e Riccardo Vicentini che trattano le conseguenze economiche e sociali che queste tensioni innescano.
Infine, un terzo filone considera il confine come luogo della possibilità. Le opere qui presentate immaginano l’attraversamento, la dislocazione e la risignificazione dei limiti, attivando forme di resistenza e di disobbedienza.
È il caso dei lavori di Adrien Missika, Peter Fend, Matteo Attruia, Eva Marisaldi e Mario Ceroli. In questa prospettiva, il confine emerge come uno spazio produttivo, nel quale prendono forma soggettività eccedenti e pratiche capaci di mettere in discussione i presupposti coloniali e discriminatori dei regimi di appartenenza. Gli artisti bypassano questi filtri immaginando mobilità in grado di superare divisioni arbitrarie. All’interno del percorso espositivo sono presenti, in forma di mappe visive, le riflessioni dell’antropologa Chiara Brambilla, professoressa associata del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo, che ha contribuito in modo significativo allo sviluppo teorico del concetto di borderscape.
La mostra prende avvio con una selezione di 36 opere di Imago Mundi Collection che rappresentano confini fisici, geografici, simbolici. Le opere di Imago Mundi Collection, tutte nel formato di 10×12 cm, provengono da diverse collezioni e quindi da diverse aree del mondo, quali Messico, Corea del Sud, Palestina, Venezuela, Kurdistan, Cipro, Siria, Italia, e altre, tracciando una geografia segnata da tensioni legate ai confini e a questioni irrisolte sulle frontiere.
I 36 artisti protagonisti di questa sezione dell’esposizione sono: Ayesha Akbar, Daniela Alonge, Roohi S. Ahmed, Sedat Akdoğan, Ayman Azraq, Sehee Sarah Bark, Farida Batool, Ernesto Bautista, José Luis Bojórquez, Vanley Burke, Luis Alberto Cenche, Senih Çavuşoğlu, ERWIN, Cecilia Germain, Luis M. Gómez Rincón, Shakila Haider, Ibrahim Hijazi, Syed Hussain, Ibrahim Kone, Paolo Lisi, Hugo Lugo, Garance Mesguich, Leonardo M., Mera Mercel, Mohammed Musallam, Nowwhat Collective, Adrián Preciado, Kamil Saldun, David Santillan, Pete Shaw and Ursula, McKeand, Jakkai Siributr, Zehra Şonya, Staphan Takkides, Mary Tuma.
Cortile d’accesso alle Gallerie delle Prigioni
Veduta installativa Lines, Loops, Leaks, Fondazione Imago Mundi, 2026
Paulo Nazareth, Ode to the sovereignty of Africa, 2022 – 2026. Courtesy dell’artista e Mendes Wood DM
Shilpa Gupta, MapTracing #9 – IT, 2023. Courtesy dell’artista e Galleria Continua
Veduta installativa delle opere di Peter Fend in Lines, Loops, Leaks, Fondazione Imago Mundi, 2026
Riccardo Vicentini, Paesaggio terrestre, 2026. Courtesy dell’artista
Małgorzata Mirga-Tas, Przytradle Kola Manusia So Przedzidzile, 2023. Courtesy dell’artista e Foksal Gallery Foundation
Armin Linke, Negotiation Table [Verhandlungstische], 2025. Courtesy dell’artista
Eva Marisaldi, Shampoo 1, 2025. Courtesy dell’artista e Galleria De’Foscherari
Vedute installative delle opere Imago Mundi Collection
© Marco Pavan
Mattia Solari